Lo sfruttamento dell'alveo
Il difficile rapporto tra uomo e fiume
Agli inizi del secolo scorso il letto del fiume si trovava a una quota molto più alta dell’attuale, quasi a livello della campagna, e si estendeva ben oltre gli argini di adesso.
L’acqua divagava liberamente da una sponda all’altra perchè non esisteva un canale profondo che la guidasse.
I “baffi” di ghiaia che si vedono sopra i campi mostrano come il livello dell’alveo fosse alla stessa quota delle aree golenali coltivate.
Nella foto aerea scattata da un ricognitore francese il 3 dicembre 1917, è visibile una colonna militare che sta attraversando la Brenta all’altezza di Friola.
Fin dall’800 l’estrazione di ghiaia e sabbia dal fiume viene svolta soprattutto dai “carrettieri della Brenta” che con carretto e cavallo trasportano la ghiaia estratta dall’alveo.
Inoltre i carrettieri raccoglievano anche i sassi da calce che venivano poi consegnati “ae fornase” per essere cotti ad altissime temperature e trasformati in calce.
Nei primi anni del ‘900 comincia l’attività estrattiva di ghiaia e sabbia con metodi artigianali.
Fine anni ‘40 entrano in funzione le prime “pacarette”; sono dei vagliatori a tazze costruiti artigianalmente spesso utilizzando pezzi di recupero.
Lo scavo della ghiaia veniva ancora eseguito a mano e caricata sulle tazze da squadre di “operai badilanti”.
Dagli anni ‘60 l’attività estrattiva nella Brenta si sviluppa notevolmente perchè il commercio degli inerti è diventato molto redditizio.
In questi anni molti imprenditori locali richiedono al Genio Civile la concessione per estrarre la ghiaia dall’alveo.
Si vedono all’opera macchinari di vagliatura (pacare) sempre più grandi per soddisfare la crescente richiesta di materiale da costruzione.
Le attività di escavazione in alveo negli anni ’70 assumono connotati rapaci, la sabbia e la ghiaia della Brenta sono molto richieste anche oltre i confini del Veneto.
Arrivano grandi escavatrici con gigantesche benne a strascico con teleferica che scavano in profondità nell’alveo, contribuendo in modo determinante all’abbassamento del fiume fino a 6-7 metri.
È in quel periodo che le escavazioni provocano la rottura dello “scaranto” facendo così affiorare la falda di superficie.
Inoltre lo sprofondamento dell’alveo mette in pericolo la stabilità degli argini che subiscono una forte erosione e dovranno essere rinforzati con grossi blocchi di pietra.
“… la benna, che scorreva su una fune di acciaio portante, scavava a strascico dal letto del fiume e saliva, con una scia d’acqua, in cima alla struttura di cemento alta 25 metri per scaricare la ghiaia nella tramoggia da dove, per caduta, vaniva vagliata, selezionata e depositata nei silos sotto i quali arrivavano i camion per essere caricati”.
“… l’impianto di alimentazione con teleferica viene integrato e poi sostituito con pale meccaniche ed escavatori a corde che caricavano i camion di ghiaia nei vari punti del fiume…”.
“… una grossa macchina Carterpillar Johnson che, scavando, livella il greto del fiume, si autocarica e poi trasporta la ghiaia nelle immediate vicinanze dell’impianto di lavorazione”.
(Testi e immagini tratte dalla pubblicazione “Ghiaia Brenta” nel territorio della Friola di Alberto Golin).
Alcuni esempi del difficile rapporto tra uomo e fiume.